Critica

Testi critici

Le letture critiche dell'opera di Giuliana Laportella, in ordine cronologico dal 2004 al 2017.

2004 · Terra di Nessuno

Andrea Giovanni Semerano

La morta stagione dell'amore

Testo per la mostra personale Terra di Nessuno, marzo 2004, Roma

Un passo dietro l'altro segue, mentre, ad una ad una, osservo le immagini di Giuliana Laportella. Ed è come se il movimento lento di andare e venire seguisse un tempo morto di assenze e lontananze. Ogni fotografia è un istante «morso» di una vacuità temporale che rende il luogo, la cosa, la persona fotografata, l'oggetto di nessuno. Fotografie esposte alla ricerca di un sogno mancante dove la realtà è in verità alla deriva di se stessa.

Attese e silenzi evidenziati da bianchi, neri e grigi che si ramificano nel quadro a comporre luci ed ombre che sospendono ogni cosa nel limbo rarefatto che precede un'azione, dove l'inquadratura, mai tesa a deformare il dato reale, rimanda immediatamente ad altro. Fotografie che l'una con l'altra non hanno legami né di luogo né di soggetto, ma che messe insieme evidenziano un'atmosfera di un qualcosa che c'è e che viene fotografato: la morta stagione dell'amore.

La capacità dell'obbiettivo di Giuliana Laportella di comprendere questa «vertigine», che appartiene al nostro quotidiano, al nostro procedere per assenze e all'incapacità di cogliere il vero, crea immagini che sorprendono, fotografie che generano quella poesia dello sguardo che quando la si riconosce è un po' come ritrovare la luna nei falò e quell'antica resistenza che fa della propria espressione un atto di coscienza.

Giuliana Laportella si espone così a compiere un lavoro formale e poetico di indubbia forza, a testimonianza di una visione interiore che nello scatto fotografico esplode tutto il senso perduto di una realtà che qui è espressa in una terra di nessuno. Paesaggi di un mondo poetico che è in cerca, che gira da un luogo ad un altro, e quando l'obiettivo coglie l'unica figura umana presente nella mostra, ecco che questa, bombetta in testa e costume da bagno, con un passo ballerino e scomposto, è in fuga surreale dall'obiettivo stesso, come nei film di Keaton dove tutte le fughe hanno il dono di essere surreali e vere nel tempo e nel luogo dell'istante inquadrato.

La sensibilità di cogliere le assenze-presenze rende Terra di Nessuno un lavoro intenso fatto con passione, l'amore e il dolore di chi cerca una via espressiva capace di relazionare il proprio mondo poetico con la realtà fuggevole, disattenta, muta e disamorata che ci circonda. Per una visione che riacquisti il piacere dello sguardo.

2004 · Terra di Nessuno

Simona Turco

La mobilità dell'intelligenza

Testo per la mostra personale Terra di Nessuno, marzo 2004, Roma

«È una mostra sul tema della guerra. La guerra c'è, non la dobbiamo fare.» Queste le parole di Giuliana Laportella per presentare le fotografie che compongono Terra di Nessuno.

Ma cosa c'entra la guerra con le immagini che ci scorrono davanti? Le immagini che vediamo ci sono familiari, non ritraggono luoghi sconosciuti o persone ignote, ma rappresentano i luoghi e il mondo che abitiamo. Riconosciamo gli aspetti del nostro quotidiano e stranamente non ci sentiamo in accordo con loro. Il quotidiano appare infatti, improvvisamente, nel suo aspetto reale.

Una realtà che Giuliana Laportella porta con sé, che assume come proprio fardello: coglie i frammenti della vita per rappresentarne i conflitti. Sono passaggi che fanno male ma sono necessari per accordarsi di nuovo con la realtà e acquisirla come conoscenza.

Tutto viene fuori dal ritmo interiore, dall'armonia che Giuliana Laportella ha saputo stabilire con il mondo, sciogliendo i nodi che le costrizioni pubbliche e private, che insistono su di noi, ci impongono; svelando le caselle in cui ognuno è costretto, trovando spesso la sottile ironia che le convenzioni della vita ci presentano e tacitamente accettiamo. I moti di ribellione che in alcuni necessariamente emergono ribadiscono ancora una volta la lotta condotta all'insegna dell'ironia che, con assoluta certezza, è espressione della vivacità e della mobilità dell'intelligenza.

2007 · K. Lettera non scritta

Andrea Giovanni Semerano

Frammento dal testo in K. Lettera non scritta, Ed. La Camera Verde, 2007

(…) E Giuliana è là a fare la sua fotografia, prima che il treno arrivi. È una non notte quella che si apre innanzi all'obiettivo di Giuliana. I rischi dell'ovvio e dei cliché sono molteplici e potrebbero insinuare l'occhio… K. come pensiero e le note del Requiem di Mozart attraversano i binari che, passato il treno, restano.

Il viaggio diventa sogno, immagine, idea e corpo: nasce così nella fotografia di Giuliana Laportella la gioia di andare a scoprire il territorio della memoria, qualcosa e qualcuno che a noi tutti appartiene. Kafka, e tutto si svolge «come se avesse in corpo amore».

Non è passeggiare o trovare più o meno luoghi, né l'interesse è quello di documentare qualcosa: la fotografia è intesa qui come processo lento a costruire qualcosa che è dentro, qualcosa che poi chiede l'abbraccio e l'incontro con altre visioni, nel tentativo di porre il viaggio come elemento d'incontro e stimolo. Questo ha fatto Giuliana nel partire, nel fotografare, nel mettere insieme i racconti di Kafka, nell'abbracciare in questo intimo viaggio Vito e me, ma anche tutti gli altri che hanno partecipato alla composizione di quest'altro viaggio che è il libro.

Con intuizione e metodo — dove metodo vuol dire non solo fotografare ma entrare fin dentro il processo fotografico, ovvero la camera oscura — Giuliana crea fotografie che fermano e costruiscono istanti, frammenti d'altro, muri, manifesti col volto-icona di Franz Kafka, ombre, gente, strutture-architetture di luce e non, come se la fotografia volesse, nel percorrere i soliti passi, in verità sospendere il senso del viaggio.

K. è ovunque. Giuliana Laportella si addentra nel silenzio delle sirene, sale fin sopra i tetti, quasi fa le capriole fin dentro il segno della china a tratti nel tratto del disegno di Kafka, e poi come non portare uno scatto sul sepolcro… e ancora altri passi, altri sguardi, altro amore… «Perché uno deve vegliare, dicono. Uno deve vegliare, dicono. Uno deve essere presente.»

2007 · Fotofonemi

Vito Riviello

Da Paesaggi di Passaggio: Fotofonemi di Giuliana Laportella,
tradotti da Vito Riviello

Con Giuliana, in arte fotografa, io Vito, in arte poeta, scambio volentieri parole sul profondo. Cerchiamo compenetrazioni d'animo, all'insegna di eccipienti creativi che rappresentano emblematicamente un'ipotesi costante di gruppo in fieri di cultura multimediale e, ieri diceva il grande Charles Baudelaire un'indagine critica sulla correspondances des sens. Dai nostri dialoghi deriva quasi sempre un atto genetico d'invenzione estetica. Giuliana s'è accorta qualche mese fa che alcuni aspetti della sua ricerca fotografica somigliavano, attraverso l'equivalenza formale, ad operazioni di composizioni poetiche. M'ha chiesto di definire questi aspetti, siamo arrivati a definire i suoi scatti: versi originati da liberi fonemi, da cui sono nati i Fotofonemi. Poemetti in versi fotografici ispirati al mondo cosistico del Superfluo, rivelatosi emarginato ed escluso da spietate leggi mercantili. Ma quello che ci ha sorpreso di più, è che ho tradotto i suoi scatti come da veri e propri poemi. Operazione baudelairiana riuscita. Arte unitaria e osmotica, non solo multimediale.

2008 · Corriere della Sera

Flaminio Gualdoni

Se il paesaggio è versificato

Corriere della Sera, 23 novembre 2008, pagina 37

Un telo da mare steso sulla sabbia e una meditazione sul senso della proprietà privata. Un mucchio di cassette di legno dopo il mercato e la suggestione narrativa d'una fila ordinata in attesa di qualcosa. Un lampione e un altoparlante accostati innescano una riflessione divagante sul vedere e l'ascoltare.

Giuliana Laportella fotografa, e Vito Riviello trae da quelle visioni una serie di corrispondenze poetiche che ne amplificano il senso di vaga ironica metafisica. Paesaggi di passaggio ha il pregio specifico di una levità, d'una grazia arguta e attenta, di uno specchiamento sottile in cui un'espressione non agisce in subordine all'altra, ma dell'altra si nutre, amplificandosi, per specchiamenti continui.

Poco importa, infine, chi abbia ispirato chi. L'unità poetica è raggiunta; e questo è ciò che conta.

2008 · Fotofonemi

Cetta Petrollo Pagliarani

Testo di presentazione dei Fotofonemi,
Biblioteca Vallicelliana, dicembre 2008

Giuliana Laportella è una giovanissima (…). Di lei si dirà quello che ci dicono le sue foto e che, ora, ci dice questo libro che si snoda, a mio giudizio, sotto la cifra della serialità ritmica, tradotta da versi in cui la serialità si fa parola e l'attesa della serialità, rima.

La cornice della foto taglia la serialità, con ciò moltiplicando l'infinito della sorpresa e della meraviglia poetica.

La serialità è spesso orizzontale e si traduce in orizzontalità della parola; è verticale, si spinge fino al limite di una persiana chiusa ed è a sua volta tradotta, portata oltre da Riviello, in una pila verticale di versi; è sinuosa in curve grigio-bianche di colori o di linee rette cui il di un direttore fuori campo imprime, con uno schiocco leggero, il ritmo di marcia.

2017 · Penelope è in viaggio

Chiara Milani

Testo di presentazione della mostra personale
Penelope è in viaggio, perché restare non ha dove · The Art Company, Como, 2017

«Lo spazio per me è meno importante e meno prezioso del tempo. Non perché sia inferiore, ma perché è una cosa, mentre il tempo è l'idea di una cosa. Dovendo scegliere tra una cosa e un'idea, quest'ultima è sempre da preferire, dico io.»
Iosif Brodskij, Fuga da Bisanzio

«Penelope è in viaggio, sparita
Sparito il suo approdo …»

Artista dell'immagine e della parola, divenute insieme esteticamente coese, semanticamente inscindibili, Giuliana Laportella pone il suo raffinato lavoro tra tempo e memoria in una prospettiva inconsueta e capitana il tempo, ultima frontiera, sotto il segno di Penelope, icona di attesa paziente, che è fermezza e insieme mutamento.

Senza contraddizioni: perché nel fare e disfare, Penelope governa il tempo, ne fa quello che vuole. E infatti ora è spartita, partita davvero. Inutile cercarla, anche il suo approdo non c'è, come il ricordo che riappare e se ne va, governato da processi segreti.

Solcare i ricordi, sentire il tempo svincolato dalla linearità feroce e banale, percepirne l'essenza che è circolo e spirale, grazie al sapiente accostamento tra antiche fotografie sottratte all'oblio, nuove immagini create dall'artista e contrappunto di misurate e esatte parole: come Penelope con trama e ordito, Giuliana Laportella sottrae e aggiunge, componendo passaggi e paesaggi del tempo e nel tempo, tradotto per noi in spazio di visione e condivisione.

Spazio che incornicia, non definito e dato; spazio che porta sempre a un altrove perché l'artista invita al difficile e esaltante esercizio della libertà al quale è impossibile sottrarsi perché la bellezza, anche se inquieta e seduce, è fertile tramite, impulso potente.

Perché la bellezza emoziona, e le opere di Giuliana Laportella sono emozione. Niente come lo scatto fotografico fissa un oggetto, un volto, un'individualità, donandogli una dimensione unica, innegabilmente. Non siamo noi, ma c'è sempre qualcosa di noi in ogni volto ritratto; non si parla di noi, eppure si dice qualcosa che ci riguarda.

Immagini e storie coese formano un'unica verità, recuperano narrazioni perdute con occhio indovino.

Per il percorso completo dell'artista vedi la biografia; per richieste stampa, la pagina contatti.